La Prima Conferenza Nazionale sull'Amianto (Roma, 1-5 marzo 1999)

A cura di Umberto Laureni e Claudio Calabresi

 

 

 

 

Partiamo dagli aspetti quantitativi:

 

1200 iscritti

due giorni di lavoro in plenaria con 28 comunicazioni, tra le altre quelle di due ministri, del vicepresidente del Consiglio, di cinque sottosegretari, di tre presidenti di commissioni parlamentari e dei rappresentanti di quattro Regioni;

tre giorni di lavoro su quattro sessioni in contemporanea con 180 relazioni programmate suddivise per otto argomenti;

130 poster in visione.

 

A far da coro, un po' spaesati, pochi lavoratori soprattutto pugliesi a rivendicare attenzione per chi con l’amianto ha avuto e ha ancora a che fare .......nonché i rappresentanti dell’Associazione esposti ad amianto.

E' stata la Conferenza, come la voleva la legge 257 del '92, che si è fatta attendere per sette anni ? Da quello che si è sentito e dalle conclusioni ufficiali, crediamo di no, crediamo si sia almeno in parte perduta una grande occasione (e del resto l’apparente frettolosità della preparazione faceva già in partenza temere il peggio). Cerchiamo di spiegarci.

L’apertura in plenaria era stata sicuramente piena di promesse, con le dichiarazioni dei rappresentanti dell'esecutivo unanimi e concordi sull’importanza del problema.

Da Mattarella che ha confermato un ruolo sempre più centrale delle politiche ambientali nelle scelte del governo, alla Bindi che ha esordito rimarcando responsabilmente i cinque anni di ritardo della Conferenza e che ha ribadito la piena rispondenza della strategia di prevenzione sull'amianto all'ultimo Piano Sanitario Nazionale col suo grande patto sociale, parlando di un "Paradigma amianto" esempio emblematico di un grande errore da non ripetere, quello di aver accettato nell'uso comune una sostanza prima di averne valutati gli effetti sulla salute e sull’ambiente.

Il sottosegretario Cuffaro (Università e ricerca scientifica) accoglie la sfida rilanciandola al mondo accademico e che da ingegnere navale ricorda i cantierini morti per tumori da amianto (tutto giusto, tutto convincente). Caron (Lavoro e Previdenza Sociale) parla della necessità di rivedere i criteri di valutazione per il riconoscimento delle esposizioni pregresse ai fini pensionistici ("i 10 anni di esposizione non sono più sostenibili").

Ronchi denuncia i carenti finanziamenti a supporto della 257, richiamando il decreto che non esce mai, quello sullo smaltimento dei rifiuti con amianto, per contrasti non superati tra i diversi ministeri e tra questi e le regioni sui criteri di catalogazione e sulle tipologie di discarica; fornisce cifre di previsione sul costo delle bonifiche (600 miliardi per il solo Piemonte, migliaia di miliardi per il Paese), richiamandosi ai dati dei censimenti dei piani regionali, ricordato anche il recente avvio di un impianto pilota per la termodistruzione dell'amianto.

Insomma, nel complesso le parole giuste per introdurre con semplicità e convinzione i cinque giorni di lavoro.

La sottosegretaria Bettoni (Sanità), organizzatrice politica della Conferenza, fornisce un credibile quadro sull'evoluzione storica (dall’amianto nell'ambiente di lavoro a quello di vita) richiamando i problemi sul tappeto, dalla sottostima dell'incidenza delle patologie amianto-correlate al numero troppo basso di casi riconosciuti dall'INAIL, ai criteri di sorveglianza sanitaria degli ex esposti, alla nocività dei sostituti.

Si è andati alla prima colazione di lavoro con la sensazione che i problemi fossero stati messi tutti sul tappeto, in modo semplice, diretto, senza fumo. Una buona introduzione alla Conferenza.

Poi nel primo pomeriggio tocca alle Regioni e la sensazione cambia. Queste appaiono scoordinate, incapaci di far pesare gli indubbi meriti di chi, con i Piani regionali, ha attuato una fetta rilevante delle attività a supporto della 257.

Quella che viene presentata - anche se dopo due interventi a nome di tutti gli Assessori regionali alla Sanità e all’Ambiente - è una individualistica esposizione di quanto fatto da Toscana e Emilia (sempre la più brava, ma non è una novità), di quanto si farà in Lombardia, delle linee guida che la regione Campania sta predisponendo al fine di definire gli elementi (sigh!) che dovranno costituite la base del futuro piano regionale. Una sensazione imbarazzante: ma chi ha scelto queste regioni ? e con che criterio? e le altre, dove sono? E il quadro complessivo, quello vero, dello stato di avanzamento dei piani regionali (varie regioni non li hanno ancora fatti, ma quali sono?), che dovrebbero, lo hanno detto anche i politici, essere uno degli assi portanti per la programmazione futura? E che doveva essere uno dei punti topici della Conferenza?

Con il secondo giorno partono i lavori nelle sessioni.

I titoli delle sessioni apparivano esaustivi del problema nelle sue diverse angolazioni:

- il rischio sanitario

- la tutela italiana e comunitaria nei riguardi dell’esposizione ad amianto

- i flussi informativi

- i censimenti regionali e le priorità nelle bonifiche

- le esperienze di bonifica

- la formazione e la comunicazione del rischio

- lo smaltimento il trattamento e il recupero dei rifiuti con amianto

- i prodotti sostitutivi.

Prime sorprese: le relazioni delle varie sessioni si susseguono in rigoroso ordine alfabetico secondo il cognome del relatore, anche se non sempre il relatore B sta bene dietro a quello A, magari il relatore G ci sarebbe stato meglio, con 15 minuti dedicati indifferentemente ad ogni relatore e 5 minuti per la discussione.

Sul rischio sanitario correlato all’amianto la giornata del 3 marzo prevede due sessioni in contemporanea, nella prima parlano i relatori con cognome da D a M (Michelino) nella seconda (quelli da M (Minoia) a V. C'è una logica in questa suddivisione ?

I conduttori (unicamente del mondo accademico) fanno in genere rispettare rigorosamente a (quasi) tutti il tempo previsto, "mi dispiace il tempo è scaduto", indipendentemente dall’interesse che "in itinere" si scopre connesso alla relazione; "mi dispiace il tempo è scaduto" a chi (sessione 4 del 2 marzo) sta spiegando la bonifica dell' ILVA di Taranto e al sindacalista della stessa città che denuncia in successione quanta strada c'è ancora da fare per tutelare veramente dall'amianto i lavoratori in fabbrica ("un diritto quando non fruito resta solo un principio"); "mi dispiace il tempo è scaduto" mentre si susseguono immagini di bonifiche di stabilimenti complessi, commenti su procedure e su difficoltà operative, descrizioni di sistemi di inertizzazione dell’amianto, resoconti di terapie senza successo, riflessioni critiche sui criteri di indennizzo e di valutazioni dell'esposizione.

La regola è uguale per tutti, ma viene spesso spontaneo pensare che alcuni interventi, dopo tanti anni di elaborazioni sul problema amianto, fossero superflui, e che altri meritassero più tempo. La regia complessiva è stata invece prevalentemente rigorosa ed acritica nel distribuire i tempi, non ha pesato l'importanza e le ricadute dei diversi contributi.

Più che la Prima Conferenza Nazionale sull'Amianto i tre giorni di discussione sono stati un convegno fatto in grande che ha fatto parlare tante persone, e che ha riproposto uno spaccato sicuramente interessante dello stato dell'arte in materia di amianto, con i soliti riti: la presidenza (39 presidenti di sessione!), la presentazione dei relatori, il commento alla fine " mi compiaccio per la chiara esposizione". E avanti un altro, nella continua spiacevole sensazione di distacco tra i molti che presentavano le loro esperienze di lavoro, i risultati di un’attività sul campo o di ricerca e l’altra parte dell’aula (al di qua del tavolo di presidenza) che dava - o non dava - i voti.

La regia - dicevamo - uno dei veri problemi: quali obiettivi, quali sintesi?

Ma la Conferenza aveva (o doveva avere) ben altri obiettivi.

In primo luogo definire in materia di amianto una serie di punti fermi, di patrimoni tecnico-scientifici-culturali acquisiti (sulle norme di buona tecnica, sulla formazione, sulla comunicazione, sulla manualistica dedicata, sulla classificazione dei rifiuti....), quali risultati delle elaborazioni compiute, della strada percorsa insieme (con legittimo orgoglio) negli ultimi vent'anni in materia di prevenzione da amianto. Punti fermi sui quali quindi non impegnare più tempo e mezzi dove non necessario.

Al contrario le relazioni hanno riproposto una rete di strutture pubbliche e non, decentrate e non, che operano secondo logiche localistiche/individualistiche. Strutture che continuano ad investire sul problema amianto senza dare l'impressione di poter (voler) uscire da una continua ed eterna "emergenza amianto" a tutto tondo, gestita come una priorità assoluta senza il bisogno di un confronto con altri problemi e con altre emergenze.

Eppure, è stato detto da più parti, poiché gli enti locali di controllo programmano (o cercano di programmare) la loro attività sulla base di priorità, occorre discutere perché se si fa amianto non sì fanno altre cose. E' giusto o è sbagliato occuparsi dell’amianto e quanto ciò potrà/dovrà durare? Spettava alla Conferenza fare chiarezza, farsi carico di tirare le fila e di chiamare ad una sintesi le mille iniziative che continuano ad andare avanti, con la sensazione che chi è bravo continuerà a fare cose egregie e chi non fa continuerà a non fare.

In realtà a Roma era in discussione una legge (la 257/92) che ha sconvolto il quadro preesistente e che ha messo in moto tantissimi meccanismi, in buona parte affidati alle Regioni e alle strutture periferiche, per cui era essenziale (e non) lasciarsi alla spalle i problemi già risolti: questo non è avvenuto.

In secondo luogo la Conferenza doveva produrre una serie di riflessioni e di analisi sulla tenuta del quadro legislativo predisposto e della sua massima espressione decentrata (i Piani Amianto di competenza regionale) ed insieme delle norme tecniche a supporto, da far confluire in un documento di sintesi, durante il lavoro preparatorio con i contributi dello Stato e degli enti locali.

Infine avrebbe dovuto individuare una seria individuazione dei punti critici ancora esistenti anche sul piano operativo, con un chiaro impegno di spesa e con l'impegno di affrontarli con il concorso e la collaborazione di tutti.

Secondo questa logica sarebbero state essenziali, come apertura delle diverse sessioni, apposite relazioni quadro che appunto esprimessero un tentativo di sintesi e ponessero alla discussione alcuni elementi essenziali,

Proprio perché non si trattava di un convegno sarebbe stata necessaria poi una articolazione degli altri interventi (non in ordine alfabetico ....) privilegiando quelli che portassero contributi realmente utili, facendosi carico di eliminare le ripetizioni, ecc. ecc. Su questo piano la preparazione, la regia, sono sicuramente mancate, con la decisione di proporre almeno sedici relazioni al giorno per sessione, così perdendo spesso, nella massa degli interventi, il nuovo, l'innovativo.

Che cosa ci si porta a casa? Cosa ne hanno tratto i moltissimi operatori che aspettavano anche da subito indicazioni per il loro lavoro quotidiano, "sul campo"?

Cerchiamo di sintetizzarlo sulla base dei lavori e delle conclusioni della Conferenza.

Il PROBLEMA dei problemi resta quello dei rifiuti con amianto, il collo di bottiglia che rischia di vanificare gli indubbi progressi registrati su altri versanti del problema amianto.

Gli operatori sul campo hanno sempre guardato ad una soluzione fatta da un sistema integrato di discariche e di impianti di trattamento (per eliminare le caratteristiche fibrose del rifiuto o per abbassare la "polverosità" al fine di uno smaltimento in discariche meno pregiate).

Da Roma sono usciti solo messaggi molto preoccupanti. Gli impianti di trattamento (termici e/i di compattazione con cemento) non si sono evoluti come nelle aspettative rispetto al convegno del CNR del 96; ci sono sì almeno dieci sistemi di trattamento brevettati dagli organismi scientifici nazionali o da altri enti ma essi sembrano ancora ben lontani da una dimensione industriale operativa e da una pronta realizzabilità.

Per le discariche persistono i contrasti tra ministeri e regioni (sulle discariche 2A e sulla loro accettabilità per il cemento-amianto, sui criteri di classificazione dei rifiuti) e su tutto pesa l'incertezza di nuove indicazioni comunitarie che sembrerebbero sempre meno orientate ad autorizzare lo smaltimento dell'amianto in discariche.

Immaginiamoci un futuro senza discariche e con impianti alternativi di trattamento non ancora pronti o fortemente osteggiati da ogni comune d'Italia !!!.

Era palpabile a Roma la simpatia degli organi centrali per i sistemi di trattamento termico a scapito delle discariche, a cui si contrapponeva una posizione quasi opposta da parte degli operatori dei servizi di prevenzione...

A fronte del problema rifiuti, tutte le altre problematiche tecniche sul tappeto sono sembrate più superabili. Esse troveranno una risposta da un lato con il completamento dei decreti attuativi della 257 (a cura della neoricostituita Commissione nazionale amianto) e dall'altro nell'attuazione dei piani regionali, in particolare con il censimento dell'amianto in opera. Per dare un senso soprattutto al censimento, lo Stato deve però individuare dei meccanismi premianti per chi ha fatto e cogenti per chi non ha ancora fatto.

Sul piano sanitario, forse un po’ a sorpresa (?) sono uscite persino alcune dispute sulla nocività da amianto (c’è ancora qualcuno che "gioca al ribasso" sul rapporto tra amianto e salute), anche se prevalentemente vi sono previsioni abbastanza fosche sul numero ingente di tumori attesi nei prossimi decenni, prima che il totale allontanamento - anche postumo - dal rischio si avveri...; da notare l’ingente numero di studi sui mesoteliomi a fronte dei pochi sull’attribuzione all’amianto di una quota di neoplasie polmonari (certo, com’è noto, i mesoteliomi ed il loro rapporto con l’amianto si contano meglio...).

Intenso, e talora lacerante e contraddittorio, il dibattito sul controllo degli ex esposti così come quello sulle modalità di riconoscimento dei benefici previdenziali previsti dalla 257. Frequente la discussione su ruolo e comportamenti dell’I.N.A.I.L., non priva di contestazioni anche chiassose.

E' emersa per concludere una realtà nazionale comunque vitalissima, pur se caratterizzata localmente, da alti e bassi evidenti che richiedono uno sforzo di omogeneizzazione. Ancora una volta - e su un tema che "tira" - si è preso atto di un paese disgregato, un paese (anche se Benigni prendesse l’Oscar) senza una concreta regia. Ancor più visibilmente e macroscopicamente che in altre occasioni, si è avuta sotto gli occhi l’imprescindibile esigenza di un cambiamento di strategie, il fatto che senza una precisa azione di indirizzo, coordinamento e verifica nazionale, senza indicatori, standard minimi di risorse e di lavoro, nonostante una generale pianificazione anche corretta (il PSN), si rischia di vanificare il molto lavoro delle periferie e di non far fare a chi non fa.

Di fronte a questa esigenza pesa in modo particolare, oltre all'accantonamento delle regioni e delle esperienze dei servizi di prevenzione, l'evidenza di uno scollamento tra i Ministeri della Sanità, dell'Ambiente e del Lavoro, un’evidenza chiara anche quando dalle luci della Conferenza si passava ai coffee break nei corridoi ..........

Nell’ultima giornata le conclusioni, in particolare un tentativo di sintesi dei lavori da parte del sottosegretario Bettoni (che aveva ricevuto relazioni dalle varie presidenze di sessione) e gli impegni generali del ministro Bindi. Pur nel lodevole sforzo di sintesi, rimangono le sensazioni prima accennate: se non si cambia, il paese continuerà come prima, ossia non come un paese ma come ...tanti paesi, il che significa con diritti, doveri (e prevenzione) non eguali per tutti. Alcune intenzioni politiche di correzione però sembrerebbero qua e là farsi strada: si tratta - per chi è d’accordo - di coltivarle con cura.

 

(Fonte: CyberSNOP)